Omelia alla Santa Messa nella memoria della Beata Vergine di Lourdes XXXIV Giornata Mondiale del Malato

San Vittorino Romano, Santuario Nostra Signora di Fatima, Mercoledì 11 febbraio 2026

Cari fratelli e sorelle,

per volontà di San Giovanni Paolo II, oggi, in tutta la Chiesa, in concomitanza con la Memoria liturgica della Beata Vergine di Lourdes, si celebra la XXXIV Giornata Mondiale del Malato.

Abbiamo appena ascoltato il brano evangelico – assai noto – delle Nozze di Cana dove Maria chiede a Gesù di intervenire a favore di due sposi la cui festa di nozze rischiava di concludersi male poiché era venuto meno il vino della gioia.

Maria nel Vangelo delle Nozze di Cana ci insegna a pregare.

Lo insegna a chi è ammalato, in difficoltà e a chi gli è vicino.

Sì, il significato di questa giornata non è quello di una sensibilizzazione al problema della malattia ma è un forte invito a pregare per e con i fratelli e le sorelle ammalati.

Maria, con il cuore di madre, con la sensibilità di una donna, durante il matrimonio di Cana vede il problema degli sposi. Ha sensibilità per l’altro. Quella sensibilità che in questa Giornata chiediamo tutti di avere per chi soffre, per chi è in difficoltà, per chi è malato.

E la prima cosa che un cristiano deve fare quando vede un fratello o una sorella ammalato deve pregare.

Sì, dobbiamo imparare a pregare per gli altri e in particolare per chi non sta bene, è in necessità. Spesso preghiamo per noi. Oggi, invece, da Maria impariamo a pregare per gli altri e in particolare per chi come gli sposi del Vangelo sono in difficoltà.

E come dobbiamo fare a pregare per chi è in difficoltà? E lo possiamo fare tutti. I sani ma anche i malati che probabilmente negli ospedali, negli ambulatori, ascoltando la televisione si rendono conto che non sono soli, che tanti sono ammalati e forse che ci sono persone più ammalate di loro.

Maria non chiede a Gesù: “Fai un miracolo!”, no. Non gli indica una via ma mette semplicemente la miseria delle persone, di questi due sposi, nelle mani di Dio lasciando totalmente a Lui cosa fare.

Pregare vuol dire non imporre nulla a Dio, non dobbiamo essere noi a imporre a Dio la nostra soluzione, ma significa mettere la nostra volontà nella Sua. Questo è essenziale nella preghiera: lasciare a Dio che si compia in noi la sua volontà. Lui sa cosa fare per noi, sa cosa è bene per noi. Certo possiamo, anzi dobbiamo chiedergli la guarigione: per noi e per i nostri fratelli e sorelle ammalati, ma sempre concludendo la nostra preghiera come la concluse Gesù nella notte della sua passione: “Padre, se possibile, allontana da me il calice della passione … ma non la mia ma la Tua volontà sia fatta”.

Pregare significa uscire dalla nostra volontà per entrare nella volontà di Dio e così entrare in un cammino di rinnovamento, un cammino di purificazione, un cammino di apertura alla Grazia di Dio che vuole sempre venirci a soccorrere, che è sempre volontà di bene per noi anche quando non riusciamo a comprendere i suoi pensieri, le sue vie.

Alla supplica della Madre: “Non hanno più vino, vedi se puoi fare qualcosa …” Gesù risponde con un No. Poi aggiunge che non è ancora giunta la sua Ora.

Il primo No vuol dire che anche noi nella preghiera dobbiamo tenere presente il livello delle cose, riconoscere che ci sono cose che possiamo risolvere anche da soli perché sono piccolezze che non dobbiamo imporre al Signore. Certamente abbiamo la libertà di offrire al Signore il nostro corpo con tutte le sue miserie e sofferenze ma dobbiamo imparare che non tutto è solo di Dio perché tante cose possiamo e dobbiamo risolverle noi.

Ma poi c’è una motivazione che Gesù dà per il no: “Non è ancora giunta la mia Ora”. L’Ora cioè della crocifissione, l’ora della Gloria di Dio. Anche Gesù deve percorrere un cammino storico, dove le cose hanno il loro luogo e non possono essere messe arbitrariamente in altri luoghi. Ciò vuol dire che dobbiamo aspettare, dobbiamo imparare che Dio sa aspettare perché tutte le cose hanno il loro tempo.

Come la crocifissione ha il suo momento nella storia, così dobbiamo accettare che le vie della storia vanno avanti e dobbiamo aspettare, come Dio aspetta. Certo, qualche volta possiamo chiedergli di non aspettare troppo, che sia più veloce, che venga subito o a guarirci o a portarci via dalla sofferenza soprattutto quando diventa pesante, a volte atroce … Ma come Dio anche noi dobbiamo sapere aspettare entrando così in un cammino dove la nostra volontà si unisce alla Sua.

Per mettere le nostre mani nella volontà di Dio occorre che chiediamo, come facciamo anche oggi, l’intercessione di Maria. Nel Vangelo di Giovanni, Maria è nominata qui, all’inizio della vita pubblica di Gesù, e poi di nuovo alla fine, sotto la croce, dove l’Ora di Gesù, l’Ora della sua passione e della sua glorificazione si realizza. L’Ora in cui Gesù ama l’uomo in maniera pura e totale donando se stesso. Al centro di questi due momenti, di questo mistero d’amore, sta Maria, la Madre che vede i nostri bisogni e come Madre ci aiuta e ci accompagna.

Al termine di questo brano evangelico c’è il miracolo: Gesù cambia l’acqua in vino. Segno anticipato della gloria che concluderà la sua esistenza, c’è la risurrezione! Nel momento in cui Gesù trasforma l’acqua in vino la sua Ora non è ancora giunta ma è come anticipata, ora il suo dono d’amore fluisce già nel vino, nelle nozze dell’uomo. Cari amici, vedete, il ritorno glorioso di Gesù, il suo secondo ritorno alla fine dei tempi, non ha ancora avuto luogo ma già ora, nell’Eucaristia il Signore anticipa la sua Ora e viene a noi con la bellezza del suo amore. Tra poco riceveremo l’Eucaristia e poi la adoreremo. In essa Gesù rende presente già ora attraverso la piccolezza dei nostri doni – un po’ di pane e un po’ di vino – l’immensa realtà e bellezza del Suo amore. Un amore abbondante. L’acqua trasformata in vino era più o meno di una quantità pari a 500 litri … segno dell’abbondanza dell’amore e della consolazione di Dio quando mettiamo nella sua volontà la nostra volontà.

Vorrei pertanto dire a me e a voi. Quando soffriamo non temiamo. Se Dio ama così abbondantemente non si può dimenticare di noi. Se impareremo a mettere la nostra volontà nella Sua e a farla coincidere anche noi saremo beneficiari del miracolo della trasformazione delle nostre sofferenze e miserie in gloria, in vino abbondantissimo e buono e così riusciremo ad essere pazienti come Lui è paziente e a giungere con Lui, quando e come Lui vorrà, alla gloria.

Vorrei, per concludere, aggiungere un altro pensiero.

Anche noi, i cosiddetti sani, dobbiamo accogliere l’invito di Maria ai servi: “Fate quello che Lui vi dirà”.

Affinché i nostri ammalati possano accogliere la volontà di Dio su di loro, tutti dobbiamo impegnarci a fare ciò che possiamo per alleviare le loro sofferenze e come i servi che portarono le giare piene di acqua a Gesù perché la trasformasse in vino, anche noi dobbiamo farci prossimi dei nostri fratelli ammalati per aiutarli a vivere la loro malattia e alleviare le loro sofferenze. Utilizzando il titolo del Messaggio di Papa Leone XIV per questa Giornata vorrei così invitare tutti ad avere “La compassione del Samaritano: amare portando il dolore dell’altro”.

Il Samaritano che incontrando sulla via un uomo malmenato e in fin di vita, si avvicinò a lui con empatia, si caricò del suo malessere, del suo dolore, lo curò e chiese all’albergatore di ospitarlo a spese sue nell’albergo perché si riprendesse.

Cari amici, tornando alle parole di Maria ai servi di Cana: “Fate quello che Lui vi dirà” sentiamo come Gesù ci inviti a farci prossimi di coloro che soffrono. E questo non solo a parole ma con i fatti, donando ascolto, tempo, cure.

“Fate quello che Lui vi dirà” valga anche per i medici, gli infermieri, gli operatori sanitari, la sanità pubblica. Non abbandoniamo mai nessuno nella solitudine della malattia, curiamo e curiamo sempre … E facciamolo insieme proprio come il Samaritano, che per curare il suo prossimo chiese la collaborazione dell’albergatore. Che Dio ci faccia sentire in Lui, che è Uno, tutti uno, sani e ammalati, tutti uniti con l’Uno che ci ama e ci salva. Amen.

+ Mauro Parmeggiani
Vescovo di Tivoli e di Palestrina