Palestrina, Cattedrale di Sant’Agapito Martire, Sabato 27 dicembre 2025
Signor Sindaco, illustri autorità, cari sacerdoti e diaconi, consacrate, fratelli e sorelle nel Signore!
Con questa celebrazione eucaristica, secondo le disposizioni di Papa Francesco contenute nella Bolla di indizione del Giubileo della speranza “Spes non confundit”, concludiamo questa sera l’Anno Santo a livello diocesano.
Rendiamo grazie a Dio per averci permesso di celebrare questo tempo di grazia durante il quale, “pellegrini di speranza”, recandoci presso le Porte Sante delle Basiliche romane o nelle chiese giubilari e in tanti altri modi abbiamo scoperto che Cristo, e solo Lui, è la nostra vera speranza e abbiamo fatto esperienza della misericordia di Dio attraverso il sacramento della confessione, dell’Eucaristia, del camminare insieme sostenendoci gli uni gli altri ad immagine di quel cammino nella speranza che siamo chiamati a compiere in questa vita mentre andiamo verso la speranza eterna, là dove Dio sarà tutto in noi e noi, tutti in Lui.
Rendiamo grazie per le tante iniziative parrocchiali e diocesane alle quali abbiamo preso parte prendendo sempre più coscienza dell’essere popolo di Dio, popolo di battezzati che cammina nella speranza verso la Patria eterna del Cielo. In particolare vorrei ringraziare per la bella celebrazione di apertura, poi per il grande pellegrinaggio insieme alla Diocesi di Tivoli svoltosi a Roma il 29 marzo scorso; ed ancora per il Giubileo dei Giovani a Tor Vergata al quale ci siamo preparati accogliendo molti giovani nelle nostre parrocchie e condividendo la gioia del pregare insieme a Papa Leone XIV e a oltre un milione di giovani provenienti da tutto il mondo. Rendiamo poi grazie per i vari giubilei di categorie che abbiamo celebrato anche a livello diocesano: il giubileo degli ammalati, degli ospiti delle RSA e degli ospedali, fino al giubileo dei carcerati svoltosi nel carcere di Paliano domenica 14 dicembre scorso. Innumerevoli, poi, sono stati i pellegrinaggi parrocchiali e personali o di gruppi di amici, colleghi di lavoro … sì tanti che mi hanno reso edotto delle loro iniziative e sicuramente tanti altri di cui non ho saputo ma per i quali stasera ringraziamo mentre si chiude questo Anno Santo, si chiudono le porte delle Basiliche romane ma si devono aprire le porte dei nostri cuori per annunciare a tutti Gesù, che è la speranza, che ci dà speranza perché come ebbe a ricordare Papa Francesco il 9 settembre del 2013: “Gesù ricrea tutto” e quando ci uniamo a Gesù nella sua passione, morte e risurrezione, con Lui rifacciamo il mondo, lo facciamo nuovo!
Concludiamo questo Giubileo nel giorno della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe.
Il Vangelo ci presenta Giuseppe come custode di Gesù Redentore e di sua Madre Maria. Obbediente a un comando dell’angelo del Signore, dopo che i Magi erano appena partiti da Betlemme, Giuseppe si alza, prende con sé il Bambino Gesù e sua Madre – la sua famiglia – e fugge in Egitto perché Erode stava cercando il Bambino per ucciderlo.
Fugge in Egitto e solo dopo che un Angelo del Signore gli dirà di rientrare perché il pericolo è cessato, tornerà in Israele rifugiandosi nella città di Nazaret dove il Bambino crescerà fino ai 30 anni quando inizierà la sua vita pubblica.
È bello pensare a Giuseppe come custode del Redentore, ossia custode della speranza. Sì, perché se Gesù è la nostra speranza, Giuseppe insieme alla sua sposa, sono stati i custodi di questa speranza. Maria ha generato per il mondo la speranza che è Gesù e Giuseppe in particolare è il custode del Redentore, il custode della speranza!
Questa immagine che ci propone il Vangelo stasera vorrei che ci aiutasse nel cammino che si apre innanzi a noi dopo che si chiuderà il Giubileo.
La Speranza che è Cristo non ci permette di riceverla per noi, di rifugiarci in essa in maniera individuale, ma è un dono che ci fa essere in debito nei confronti di Dio e degli uomini. Essa nasce dalla grazia ricevuta ed è poi chiamata a manifestarsi concretamente nella vita di ciascuno, diventando una testimonianza visibile della presenza del Vangelo nel mondo. E questa duplice dimensione – verticale, rivolta a Dio, e orizzontale, rivolta al prossimo – rende la speranza una virtù responsabile, che richiede coraggio e testimonianza in ogni ambito della vita quotidiana.
Custodire la speranza come ha fatto Giuseppe insieme con Maria sua sposa non significa dunque tenere per sé il dono ricevuto ma compromettere la vita, la propria vita, pur di non perdere la speranza che è Gesù per noi.
La Famiglia di Nazaret ha dovuto lasciare la terra di Israele per evitare che Erode sopprimesse nella strage degli innocenti la fonte della speranza prima che giungesse la sua Ora, l’Ora della passione, morte e risurrezione! Ha rischiato nel fuggire e ha rischiato anche nel rientrare in Israele all’epoca di Archelao e per custodire la fonte della speranza ha ascoltato ancora una volta la voce dell’Angelo che gli suggeriva di rientrare in Galilea.
Cari amici, per custodire la speranza, che non vuol dire metterla sotto naftalina, occorre dunque metterci in movimento e schierarci nel testimoniarla e difenderla davanti ai tanti Erode ed Archelao di ieri e di oggi che vorrebbero sopprimerla, farci credere che possiamo anche vivere senza Dio, che tanto tutto andrà bene ugualmente. Dobbiamo invece tenere sempre viva la memoria del bene ricevuto da Dio, di quel bene e di quell’amore che ci ha dato dal momento della Incarnazione del Figlio di Dio per affrontare con fede i momenti di difficoltà, dobbiamo sempre ricordare quanto si è stati amati e sostenuti da Dio che ci ama e ci perdona sempre per mantenere viva la speranza anche nei momenti più oscuri della vita.
Giuseppe e Maria, attraverso le parole dell’Angelo, sapevano che quel Bambino divino che avevano ricevuto sarebbe stato per sempre l’Emmanuele, il Dio-con-noi e per noi; sapevano che il suo nome – Gesù – voleva dire “Dio salva”. Si erano resi conto fin dal suo concepimento, e poi dalla sua nascita, dell’essere speciale di quel Figlio. E così fecero di tutto per custodirlo come dobbiamo fare noi con la speranza che Gesù ha portato.
Dopo gli anni di Nazaret, Gesù tornerà a Gerusalemme e dopo tre anni di vita pubblica morirà e risorgerà, prova che anche nelle situazioni più drammatiche, il male e il peccato non hanno l’ultima parola. Da quel giorno il Vangelo pasquale diventerà il motore della speranza così che tutti siamo chiamati a vivere da risorti con Cristo, ossia ad affrontare le difficolta della vita con la certezza che, attraverso Gesù, esiste una nuova possibilità di vita. La tomba vuota non è solo un simbolo del trionfo sulla morte, ma anche la garanzia che, in ogni situazione, la luce può penetrare il buio.
Cari amici, come Gesù, custodito dalla sua famiglia tornò dall’Egitto a Nazaret dove visse per trent’anni nella ferialità, lasciandosi educare da Maria e Giuseppe da cui imparò l’umile arte del falegname, anche noi terminato l’Anno Santo torniamo alla ferialità della vita di fede ma ciò non vuol dire che possiamo vivere non continuando a sperare.
E per sperare in un mondo segnato da tanto individualismo, ritengo che la dimensione comunitaria sia da recuperare. Se, infatti, la speranza non si traduce in relazioni autentiche e nella condivisione quotidiana, rischia di rimanere un ideale astratto. Cari amici, vorrei tanto per la Chiesa di Palestrina ma anche per quella di Tivoli che chiuderà domani l’Anno Santo della Speranza, che le parrocchie, le associazioni di fedeli, diventassero luoghi vivi dove custodire e trasmettere la speranza cristiana traducendo il Vangelo in azioni concrete: accoglienza, carità, perdono, solidarietà. Vorrei tanto che in questi spazi la speranza non rimanesse solo una parola ma divenisse una esperienza tangibile che si trasmette nel “noi” fraterno e accogliente, dove ciascuno si senta chiamato a dare il proprio contributo per realizzare una piccola anteprima del Regno di Dio.
Che l’umanità di Gesù, custodita a Nazaret da Maria e Giuseppe, sia una umanità custodita e trasmessa anche nelle nostre comunità, nelle famiglie. È l’umanità di un Dio che incontra i poveri, i malati, i peccatori. È una umanità che rompe le barriere, dialoga con la donna samaritana, mangia con i pubblicani e tocca coloro che la società esclude. E quando noi imitiamo Gesù, ossia agiamo con amore e coraggio per accogliere e valorizzare ogni essere umano, noi infondiamo speranza e con questi gesti di fraternità e solidarietà anticipiamo il Regno di Dio, anticipiamo qui in terra, come esperienza quotidiana e tangibile, quello che sarà in maniera molto più grande e perfetta esperienza del Regno di Dio, la nostra meta, la nostra speranza!
Cari amici, l’Anno Santo si conclude. A noi il compito di custodire e quindi trasmettere la speranza cristiana in un mondo dove anche la Chiesa deve discernere nella sua missione evangelizzatrice ciò che è utile mantenere e ciò che forse è zavorra, peso di cui liberarsi per camminare più spediti. Un discernimento che probabilmente fu chiamata a fare anche la Santa Famiglia quando per fuggire in Egitto dovette trattenere con sé l’essenziale per il viaggio e la permanenza lasciando molte cose a Betlemme dove anche i magi si erano recati per portare preziosi doni.
Per custodire e trasmettere la speranza chiediamo di sapere conservare allora l’immaginazione per vedere oltre al presente e sognare una Chiesa rinnovata; chiediamo il dono della creatività ossia di saper rispondere al reale con soluzioni inedite, coraggiose, frutto di un dialogo sincero con il mondo e le sue sfide senza tuttavia venir meno alla fedeltà al Vangelo, alla Verità che ci è stata rivelata.
Chiediamo il dono del coraggio che per Sant’Agostino è “l’amore disposto a tutto in vista di ciò che si ama” e che si traduce nel prendersi cura di chi soffre, nel perseverare nelle difficoltà e nel mettere in gioco se stessi per il bene dell’altro.
Ed infine chiediamo il dono della pazienza. Il voler tutto e subito in maniera impulsiva non permetterà che la crescita nella speranza da parte della Chiesa e delle nostre comunità raggiunga una trasformazione autentica che si avrà soltanto quando l’uomo, la comunità cristiana, l’umanità intera saprà riscoprire la pazienza che è una virtù che ci permette di attendere i tempi della crescita al fine di vedere una trasformazione autentica di noi stessi e della comunità cristiana segnata profondamente dalla speranza.
Maria Santissima, donna della speranza e San Giuseppe custode della speranza ci aiutino a continuare il movimento della vita, l’esodo dai pericoli e il contro-esodo nella terra di Israele dove Gesù compirà il Mistero Pasquale, il contro-esodo nella terra della speranza che ci impegna a trasformare cuori e comunità affinché la Speranza che è Cristo regni e si espanda su tutta la terra. Amen.
+ Mauro Parmeggiani
Vescovo di Tivoli e di Palestrina












