Omelia alla Santa Messa per la Chiusura dell’Anno Santo 2025 nella Diocesi di Tivoli

Tivoli, Cattedrale di San Lorenzo Martire, Domenica 28 dicembre 2025

Signor Sindaco, illustri autorità, cari sacerdoti e diaconi, consacrate, fratelli e sorelle nel Signore!

Con questa celebrazione eucaristica, secondo le disposizioni di Papa Francesco nella sua Bolla di indizione del Giubileo della speranza “Spes non confundit”, concludiamo questa sera anche qui a Tivoli, dopo averlo concluso ieri sera a Palestrina, l’Anno Santo 2025 a livello diocesano.

Rendiamo grazie a Dio per averci permesso di celebrare questo tempo di grazia durante il quale, “pellegrini di speranza”, recandoci presso le Porte Sante delle Basiliche romane o nelle chiese giubilari e in tanti altri modi abbiamo scoperto che Cristo, e solo Lui, è la nostra vera speranza e abbiamo fatto esperienza della misericordia di Dio attraverso il sacramento della confessione, dell’Eucaristia, del camminare insieme sostenendoci gli uni gli altri ad immagine di quel cammino nella speranza che siamo chiamati a compiere in questa vita mentre andiamo verso la speranza eterna, là dove Dio sarà tutto in noi e noi tutti in Lui.

Rendiamo grazie per le tante iniziative parrocchiali e diocesane alle quali abbiamo preso parte divenendo così sempre più consapevoli dell’essere popolo di Dio, popolo di battezzati che cammina nella speranza verso la Patria eterna del Cielo. In particolare vorrei ringraziare Dio per la bella celebrazione di apertura, poi per il grande pellegrinaggio – insieme alla Diocesi di Palestrina – svoltosi a Roma il 29 marzo scorso; per il Giubileo dei Giovani a Tor Vergata al quale ci siamo preparati accogliendo molti giovani nelle nostre parrocchie e condividendo la gioia del pregare insieme a Papa Leone XIV e a oltre un milione di giovani provenienti da tutto il mondo. Ed ancora per i vari giubilei di categoria che abbiamo vissuto anche a livello diocesano: il giubileo degli ammalati, degli ospiti delle RSA e degli ospedali, fino al giubileo dei carcerati che ho celebrato nel carcere di Paliano domenica 14 dicembre scorso. Innumerevoli, poi, sono stati i pellegrinaggi parrocchiali e personali o di gruppi di amici, colleghi di lavoro … sì, tanti, di cui sono stato reso edotto e sicuramente tanti altri di cui non ho saputo ma per i quali stasera ringraziamo Dio mentre si chiude questo Anno Santo, si chiudono le porte Sante ma, come ha detto Papa Leone l’8 dicembre scorso a Roma, pregando davanti alla statua dell’Immacolata a Piazza di Spagna: “si aprano ora altre porte di case e oasi di pace in cui rifiorisca la dignità, si educhi alla non violenza, si impari l’arte della riconciliazione” per annunciare a tutti Gesù, che è la speranza, che ci dà speranza perché come ebbe a ricordare Papa Francesco il 9 settembre del 2013: “Gesù ricrea tutto” e quando ci uniamo a Gesù nella sua passione, morte e risurrezione, con Lui rifacciamo il mondo, lo facciamo nuovo e traiamo da Lui quella forza di Dio che fa nascere.

Concludiamo questo Giubileo della speranza nel giorno della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe.

Una festa liturgica che si inserisce nell’Ottava di Natale e che ci invita a guardare alla Santa Famiglia dove Giuseppe, obbediente alla voce dell’Angelo, si fa custode del Redentore, di Colui che è la nostra speranza. Lo custodisce come custodisce Maria, la sua sposa, dopo che anche Lei, obbediente alla voce dell’Arcangelo, ha accolto il Dio che salva: Gesù, l’Emmanuele: il Dio con noi e lo ha generato al mondo. Insieme a Gesù fuggono dal potere di Erode, simbolo dell’istinto dell’uomo che, ieri come oggi, è tentato di vivere senza Dio, desidera eliminarlo ma perdendo così la possibilità della speranza, trovando rifugio solo in speranze fatue, che come nascono così finiscono appena si è ottenuto ciò che si bramava.

Giuseppe, Maria e Gesù fuggono in Egitto e poi, morto Erode, ricevono dall’Angelo l’invito a tornare in Israele ma, dopo essere stati avvertiti che ad Erode è succeduto Archelao, un altro uomo di potere, un altro uomo non aperto alla speranza, riparano in Galilea, a Nazaret, dove Gesù vivrà fino all’inizio della sua vita pubblica.

A Nazaret, ci informa il Vangelo di Luca, “Gesù cresceva in età, sapienza e grazia” (Lc 2,52). Ossia, come ogni essere umano, nella sua famiglia, ha vissuto tutte le fasi della crescita, sviluppando pienamente la sua umanità fisica – è cresciuto in età –; la sua mente e conoscenza – è cresciuto in sapienza –; ed il suo rapporto con il Padre-Dio – è cresciuto in grazia –; maturando progressivamente la consapevolezza del suo essere Figlio di Dio e rivelando Dio stesso attraverso le sue scelte, la sua vita e le sue azioni, in una crescita umana reale, non prodigiosa ma piena e completa.

Mi piace dunque pensare come a Nazaret, Gesù, in una famiglia, la famiglia di Giuseppe e Maria, sia stato educato alla speranza. Se Lui è la speranza, è a Nazaret che ne ha preso coscienza tramite l’educazione ricevuta. È a Nazaret che progressivamente ha preso coscienza della sua vocazione, del suo “essere” prima di partire per dare speranza al mondo, quella speranza affidabile per ogni uomo perché Lui, il Figlio di Dio, Gesù, vero uomo e vero Dio, ha dato se stesso per noi morendo e risorgendo ed assicurando a tutti la vita eterna.

Cari amici, al termine di questo Anno Santo, come vorrei che tutte le famiglie, guardando a Maria e Giuseppe, imparassero da loro l’arte di educare e di educare alla speranza che è Gesù!

Da anni abbiamo preso consapevolezza che educare non è facile, che siamo in un tempo di grave “emergenza educativa” confermata dal moltiplicarsi di personalità fragili, incapaci di collaborare con gli altri e di dare un senso alla propria vita. Uomini e donne incapaci di sperare perché è mancata e manca la trasmissione della fede, gli educatori – genitori e insegnanti – sono tentati di rinunciare al loro ruolo, alla loro missione poiché fortemente influenzati da una cultura che porta a dubitare del valore della persona umana, del significato della verità e del bene, della bontà della vita …

Eppure, proprio quando l’uomo pare aver perduto il senso della vita, quando si constata la mancanza di valori e quindi l’assenza di speranza, torna il desiderio di educare, di fare rete tra agenzie educative, di non essere soli come famiglie per trasmettere i valori che fanno l’uomo, per trasmettere l’amore di Dio che non ci abbandona ma che ci raggiunge così come siamo per offrirci una nuova possibilità di bene.

Dalla Santa Famiglia impariamo allora quei valori che fanno crescere Cristo – nostra speranza – in noi. Impariamo ad educare alla speranza dopo esserci lasciati educare alla speranza.

Facciamolo con la vicinanza che nasce dall’amore. Per educare l’educatore sa bene che occorre donare qualcosa di se stessi, occorre amare, sacrificare, rischiare … proprio come fecero Maria e Giuseppe.

Non penso poi che Maria e Giuseppe si siano rifiutati mai di rispondere alle domande del loro figlio divino. Anche nelle famiglie non si smetta mai di dare risposte, di cercare insieme le risposte alle domande di senso che ciascuno porta in sé ed in particolare alla grande domanda sulla verità che può essere di guida nella vita.

Credo poi che anche alla sofferenza, Giuseppe e Maria, abbiano educato Gesù. Non lo hanno tenuto al riparo dalle esperienze del dolore fin dalla nascita in una povera stalla di Betlemme, dall’esperienza della povertà, dell’esilio, del lavoro necessario per vivere. Sappiamo che la capacità di amare corrisponde alla capacità di soffrire e di soffrire insieme.

E poi, sicuramente, nella Santa Famiglia di Nazaret si saranno vissute delle regole. Regole che sono necessarie per educare, per formare il carattere. Alcune – importantissime – le abbiamo sentite elencate nella prima lettura: i figli onorino il padre e la madre che per volontà del Signore ha diritto sulla prole, i figli soccorrano i genitori nella loro vecchiaia, rispettino il padre anche qualora perdesse il senno nella sua vecchiaia. Regole che potremmo continuare ad elencare ma senza le quali non si educa. Ed ancora, nella famiglia, occorre che tutti si rivestano – come ci ha ricordato la seconda lettura – di sentimenti di misericordia e di bontà, dei sentimenti di umiltà, di mansuetudine e di pazienza, di sopportazione vicendevole e di perdono affinché si possa aderire nella libertà alle regole, che pure vanno impartite e che aiutano a crescere, ma in quel giusto rapporto tra libertà e disciplina che formano il carattere.

Infine, nella Santa Famiglia, sicuramente ha influito tanto ad educare alla speranza, l’autorevolezza di Giuseppe e di Maria, quella autorevolezza che rende credibile l’esercizio dell’autorità e che accetta anche il rischio della libertà. L’autorevolezza di Giuseppe, di Maria, l’autorevolezza della loro testimonianza hanno sicuramente favorito Gesù che ha appreso non solo l’umile arte del falegname ma anche la capacità di sperare nell’amore fedele del Padre-Dio, di abbandonarsi a questo amore nel momento della croce e divenire per tutti speranza vera ed eterna.

Cari fratelli e sorelle, concludiamo allora questo Anno Santo della speranza. Guardando a Cristo lasciamoci educare alla speranza che è Lui e insieme impegniamoci ad educare alla speranza. La speranza che ci accompagna e che ci attende. In questo compito non sentiamoci mai soli ma rimaniamo uniti, sosteniamoci vicendevolmente.

Affidiamo a Maria, Speranza nostra, questi desideri. Che sia Lei, insieme al suo sposo Giuseppe, ad accompagnare sempre il nostro pellegrinaggio di fede e di speranza che non si conclude stasera ma si concluderà quando la speranza cesserà perché saremo per sempre con Colui che è la speranza: Gesù, unico e vero salvatore dell’uomo e della storia. Amen.

+ Mauro Parmeggiani
Vescovo di Tivoli e di Palestrina