Omelia alla Santa Messa per l’arrivo delle reliquie di Santa Rita da Cascia

Tivoli, Parrocchia San Michele Arcangelo, Sabato 31 gennaio 2026

Cari fratelli e sorelle,

sono lieto di celebrare con voi questa Santa Messa in onore di Santa Rita mentre la comunità parrocchiale di San Michele Arcangelo accoglie le sue Reliquie che rimarranno tra voi per una settimana.

All’inizio dell’Anno Pastorale in corso, come probabilmente saprete, ho scritto una Lettera pastorale ai cristiani di Tivoli e di Palestrina, che ho intitolato “Voi siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa” chiedendo a tutti di riscoprire la grande dignità di essere battezzati e la vocazione particolare che grazie al Battesimo ciascuno di noi ha ricevuto ossia quella di essere pietra viva della Chiesa, testimone di Cristo Risorto là dove vive, lavora, soffre o gioisce.

Sì, con il Battesimo, siamo stati tutti innestati nella vita di Dio, viviamo del suo Spirito, siamo divenuti figli di Dio, fratelli di Gesù ed ognuno di noi, ogni cristiano deve scoprire e vivere il “come” della sua chiamata per dar lode a Dio con la propria vita e per annunciare a tutti coloro che incontra quanto è buono il Signore.

In altre parole, con il Battesimo tutti riceviamo una chiamata: la chiamata alla santità! Che non vuol dire che siamo chiamati a cose particolari, a fare i miracoli … ma a vivere quella che San Giovanni Paolo II chiamava “la misura alta della vita cristiana ordinaria”, che San Carlo Acutis diceva che ognuno deve vivere in maniera originale perché nessuno è fotocopia dell’altro, che Papa Francesco con quell’espressione che definì tanti uomini e donne che hanno aderito alla chiamata battesimale alla santità senza grandi rumori ha chiamato quella de “i santi della porta accanto”.

Ebbene, in questa settimana, andando a scuola da Santa Rita voi imparerete tutto questo. Imparerete a vivere la vocazione alla santità che non è né sforzo di volontà ma risposta d’amore all’Amore di Dio; né sforzo concettuale e intellettuale, ma abbandono fiducioso all’amore di Dio che riempie il cuore dei santi dando loro il dono della felicità, della beatitudine, della gioia anche tra le persecuzioni e le difficoltà.

Rita da Cascia, una Santa amatissima dal popolo, definita la “santa degli impossibili” ma non perché rende possibili con la sua intercessione le grazie impossibili che il popolo chiede a Dio tramite lei, ma “impossibili” perché nelle situazioni apparentemente meno favorevoli ha perseverato, ha continuato a credere in Dio, spogliata di tutto si è lasciata rivestire dall’Amore di Dio e anche in vicende avverse ha continuato ad amare e perdonare, ad essere strumento di pace, ha realizzato la chiamata universale alla santità!

Rita da Cascia. Ripercorriamo brevemente i tratti della sua vita. Nata a Roccaporena, in Umbria, nel 1381 e battezzata con il nome di Margherita (da cui il diminutivo Rita) Lotti ebbe origini povere. I suoi genitori erano anziani e modesti contadini, nominati dal Comune “pacieri di Cristo” nelle lotte politiche e familiari tra Guelfi e Ghibellini. Come era d’uso i genitori indirizzarono Rita al matrimonio e così sposò Paolo di Ferdinando di Mancino, un ufficiale della guarnigione di Collegiacone, descritto tradizionalmente come uomo orgoglioso ed irruente, appartenente alla fazione ghibellina.

Nella società dell’epoca le rivalità e le contese politiche erano normali e anche lo sposo di Rita ne fu coinvolto. Rita con pazienza, pacatezza, confidando nella forza della preghiera e con la capacità di pacificare appresa sicuramente dai genitori lo aiutò piano piano a vivere da cristiano e con Paolo di Ferdinando Mancino ebbe due figli maschi: Giangiacomo e Paolo Maria.

Lo sposo di Rita, coinvolto anche per vincoli di parentela in lotte tra le fazioni dell’epoca ne fu coinvolto e venne assassinato. Rita per evitare che i figli fossero portati alla vendetta non solo in cuor suo perdonò gli uccisori del marito ma nascose dai figli la camicia insanguinata del loro padre.

Tuttavia la famiglia Mancino non si rassegnò e continuò così una serie di rancori e ostilità. Rita non smise di pregare perché non fosse sparso altro sangue e fece della preghiera la sua arma e la sua consolazione.

Le tribolazioni, però, per Rita, non terminarono. Una malattia provocò la morte dei figli. Lei trovò conforto solo nel fatto che così le loro anime sarebbero state salve poiché non più immerse nel clima di odi e vendette suscitato dall’assassinio del suo sposo.

Rimasta sola iniziò una vita di preghiera più intensa per i suoi cari defunti a anche per i “di Mancino” affinché potessero imparare a perdonare e trovare pace.

A 36 anni chiese di essere accolta tra le Monache Agostiniane del Monastero di Santa Maria Maddalena di Cascia ma la sua richiesta fu respinta: le religiose forse temevano che con l’ingresso di Rita, vedova di un uomo assassinato, la sicurezza della loro comunità fosse messa a repentaglio.

Le preghiere di Rita invece portarono pace tra le famiglie coinvolte nell’assassinio del marito e così dopo tante difficoltà poté entrare in Monastero.

In Monastero, però, le pene non diminuirono. La Badessa per provare l’umiltà di Rita le chiese di innaffiare un arido pezzo di legno e per obbedienza Rita lo innaffiò. La sua obbedienza fu premiata da Dio con la fioritura di una vite che anche oggi è rigogliosa.

Rita in Monastero fu una Monaca umile, zelante nella preghiera e anche fuori dal Monastero le sue virtù iniziarono ad essere conosciute anche a motivo delle molte opere di carità a cui si dedicava con le sue Consorelle. Insieme alla vita di preghiera andava a visitare gli anziani, si prendeva cura degli ammalati, assisteva i poveri.

Rita, sempre più immersa nella contemplazione di Cristo, chiese di partecipare alla sua Passione e nel 1432, mentre era in preghiera, ricevette sulla fronte una ferita di una spina della corona di spine di Cristo che le rimase fino alla morte avvenuta nel 1447.

Nell’inverno precedente alla sua morte, malata e allettata, a una cugina che venne a trovarla da Roccaporena chiese di portarle due fichi e una rosa. Essendo gennaio la cugina pensava delirasse per la malattia ma rientrata a Roccaporena trovò stupefatta la rosa e i fichi che portò a Cascia. Rita vide nei fichi e nella rosa i segni concreti della bontà di Dio e lesse quel segno come Lui avesse accolto il marito e i figli in paradiso.

Nel maggio 1947 morì e subito iniziò intorno alla figura di Rita una grande e diffusa fama di santità che è giunta fino a noi.

Rita, nonostante le spine che la vita le aveva riservato – e questo deve valere anche per noi – ha saputo fiorire spandendo il buon profumo di Cristo e sciogliendo l’inverno di chi nelle prove, nelle lotte, nelle sofferenze non sapeva aprirsi all’amore di Dio.

Aprirsi all’amore generoso di Dio!

Cari fratelli e sorelle è questo il segreto della santità, è il segreto delle Beatitudini che provvidenzialmente, oggi, la liturgia ci fa ascoltare pronunciate dalla bocca di Gesù secondo la versione dell’evangelista Matteo.

Chi è il beato? È colui che partendo da una condizione di povertà, di consapevolezza della sua insufficienza, può solo così accogliere i doni di Dio che lo rendono felice, beato, gioioso, santo anche tra le pene della vita.

Come fu per Rita quante situazioni di lutto conosciamo. Potrebbero essere situazioni di angoscia ma se ci si apre a Dio sono le situazioni nelle quali poter ricevere la Sua consolazione. Certo, le lacrime, i lutti, a volte possono portare a cercare consolazioni inutili, illusorie … ma possono anche farci aprire a Dio e così divenire Beati. Anche il pianto può essere considerato un dono di Dio perché mentre soffriamo Lui ci sta preparando un’altra strada, la strada che Lui stesso, il vero e perfetto Beato ha raggiunto svuotandosi della sua divinità, spogliandosi del suo essere Figlio di Dio fino a giungere alla croce, ma per questo il Padre lo ha esaltato e gli ha dato un nome che è più grande di ogni altro nome.

Rita è stata esemplare nella mansuetudine come rinuncia all’aggressività, si è sottratta allo scontro, all’opposizione verso gli altri. Ha preferito essere mite piuttosto che combattente come preferiremmo essere noi in tante situazioni. Nella mitezza, invece, Rita ha fatto esperienza della Provvidenza.

Avere fame e sete di giustizia. Secondo le categorie bibliche vuol dire sapersi ingiusti, consapevoli della necessità di una maggiore giustizia, di essere pieni di errori. Ma è proprio questa la condizione per riconoscere in noi l’azione misericordiosa di Dio che ci rende beati, santi non per i nostri meriti ma per la ricchezza del Suo perdono.

E così l’essere misericordiosi è riconoscere di non avere alcun diritto a condannare gli altri come i puri di cuore sono coloro che esercitano una disciplina sui loro moti interiori per cui riescono a selezionare ciò che è giusto, astenendosi dai sentieri distruttivi verso cui il cuore spesso vorrebbe condurci.

E così i perseguitati, ossia gli esclusi, gli scartati, gli emarginati … anche loro per Gesù sono beati perché è facile, cari amici, se seguiamo veramente il Signore, diveniamo una delusione per tanti che vivono di parole …

Vedete, la vita cristiana, non è banale né prevedibile. È piena novità autentica, un cammino di scoperta che il Signore ha preparato per noi.

Le Beatitudini sono l’annuncio di ciò che Dio può fare di noi a partire dalla nostra povertà, dalla nostra povera umanità che per Dio non è sciagura ma potenzialità, come tutte le condizioni evocate dalle beatitudini. Potenzialità perché Dio può riempire i nostri vuoti, le nostre fragilità, i nostri dolori con l’oro della Sua Grazia e renderci santi, beati, battezzati che pur essendo povere creature sono aperte alla Grazia e all’Amore grande di Dio e lo possono diffondere in tutto il mondo.

Rita ha confidato in tutte le sue difficoltà, povertà, lutti, dolori in Lui e Lui l’ha riempita di tanto amore che anche oggi noi siamo qui a venerare le sue reliquie.

Che per sua intercessione anche noi possiamo come lei accogliere ciò che la vita comporta e in essa lasciarci riempire dall’Amore di Dio per essere beati e capaci di diffondere il profumo della santità, della pace, della mitezza, della misericordia come ha diffuso Santa Rita e come deve diffondere ogni battezzato. Amen.

+ Mauro Parmeggiani
Vescovo di Tivoli e di Palestrina