Omelia alla Veglia di Preghiera per le Vocazioni 2026

Guidonia, Parrocchia Sacro Cuore di Gesù, Domenica 26 aprile 2026

Cari amici,

un breve commento per comprendere meglio ciò che stiamo celebrando.

Stiamo pregando le vocazioni, perché ciascuno tra chi è più giovane comprenda la propria vocazione e tra chi già l’ha scoperta – dal prete, al diacono, alla religiosa, al marito o alla moglie, al padre e madre di famiglia, al missionario, a chi ha posto la propria vita a servizio del Vangelo e della comunità, trovi la forza per perseverare nel dono gratuito di Dio che sboccia nel profondo del cuore di ciascuno di noi. Un dono che va scoperto e sempre riscoperto per vivere una vita veramente bella, la vita che Gesù buono e bel pastore ci indica. La via – possiamo dire – della santità alla quale tutti siamo chiamati.

Il Papa, come i testi di questa Veglia ci indicano, ci invita per scoprire e perseverare nella nostra vocazione suggerendoci alcuni atteggiamenti: fermarci, ascoltare, pregare ossia entrare in quello spazio di interiorità che è spazio di relazione con Gesù come via per sperimentare la bellezza e la bontà di Dio nella propria vita. E tale relazione, che si edifica nella preghiera, nel silenzio, nell’ascolto della Parola di Dio, ci aiuta a comprendere la bontà del Signore che ha dato la vita per noi e a comprendere e vivere il dono della vocazione che non è mai – dice il Papa – una imposizione o uno schema prefissato a cui semplicemente aderire, ma un progetto di amore e di felicità con il quale rispondiamo alla bontà di Dio per noi.

Il Vangelo che abbiamo ascoltato è proprio un invito a vivere in questa intimità, in questo rapporto tra Dio che ci ama fino a dare la vita per noi e noi che possiamo così rispondere al suo amore mettendo la nostra vita al suo servizio e al servizio dei fratelli e delle sorelle secondo la strada che Dio fa conoscere al cuore di ciascuno.

Gesù nel Vangelo appena ascoltato ci invita a rimanere in lui come i tralci che se sono uniti alla vite porteranno frutto ma se non sono uniti alla vite, cioè a Lui, non porteranno frutto, consumeranno solo linfa vitale alla vite, saranno rami sterili soltanto da potare e buttare e poiché il legno della vite non si può né scolpire, né usare per fare travi o tavole servirà solo per essere bruciato.

Per fare frutto occorre allora rimanere in quella vite che è Lui, in un rapporto intimo di ascolto della sua Parola, di preghiera, di partecipazione alla vita sacramentale, di donazione ai fratelli e alle sorelle. In uno spazio in cui possiamo ascoltare in un dialogo intimo con Gesù la sua voce che chiama nonostante il rumore del mondo invitandoci a rispondere con vera gioia e generosità.

Gesù che si identifica con la vite dice a noi di essere i suoi tralci. Quindi il frutto che possiamo produrre è uva. Ora il frutto dell’uva, e quindi della vite stessa, è il vino: ecco, la promessa che Gesù fa a chi rimane unito a Lui è di produrre, insieme a Lui, buon vino. E cosa è il vino? Non è come l’acqua che è essenziale per vivere ma è un sovrappiù, un lusso. Non è necessario per sopravvivere né per dissetarsi: è piuttosto il segno della festa, dell’allegria; bello, certo: tuttavia se ne può fare a meno. Ma, mi domando, è poi vero che se ne possa fare a meno? Davvero ci basta vivere, se non addirittura sopravvivere? Ci basta godere di giorni lieti, fino a che non scenda la nostra sera?

No, non ci è sufficiente lo stretto necessario: abbiamo bisogno dell’eccedenza. Non solo camminare: ma correre e danzare come i bambini. Non solo abbiamo bisogno di parlare ma anche di cantare, come i giovani. Non ci basta l’acqua: la nostra esistenza è fatta per essere trasformata in vino, e vino buono. Vivere è un effluvio, un efflusso, un eccesso: è generazione di vita, vita che generi vita sempre nuova, come sorgente inesauribile. Il frutto che possiamo produrre, allora, è dare vitalità e diffondere gioia tutto intorno a noi, è fare fiorire e promuovere fiducia e stima in chi ci sta vicino: in una parola è amare, anzi, far sentire amati. È il dono dello Spirito Santo, la vita stessa di Dio: di essa partecipiamo se dimoriamo in Gesù, se ascoltiamo la sua Parola fino a impregnarcene, fino a desiderare di essere come Lui, suoi tralci, suoi strumenti.

Tra poco ci metteremo in adorazione davanti all’Eucaristia. Chiediamo al Signore di saper produrre vino, di essere vino per il mondo. Noi sappiamo che Gesù ha trasformato il vino nel suo sangue per farci comprendere che il vero vino, il frutto della vite è il sangue di Cristo, il dono eucaristico. Nel sangue di Cristo Dio dà se stesso a noi, ci dà il suo amore totale che crea la gioia della vita.

Ebbene, cari amici, chiamati a dare frutto sappiate che il grande frutto matura nella comunione con Cristo, nella Croce, nell’atto del dono di sé: un dono che alla fine genera gioia, perché l’amore è gioia e chi vive nell’amore vive nella gioia. Ma la grande gioia nasce dalla Croce e Gesù la dona nel vino eucaristico, donando se stesso, perché noi entriamo nel suo movimento fino alla Croce, fino alla Risurrezione, come hanno fatto i Santi che hanno vissuto con questo spirito la loro vocazione.

Ringraziamo il Signore, perché si è fatto vite, si è fatto vino nel dono di se stesso, e così non siamo solo sue creature, ma suoi amici, uniti a Lui nell’amore, nell’amicizia, nella Croce.

Preghiamo ora il Signore: “Aiutaci a entrare in questa comunione con Te”. Ringraziamolo per il grande dono dell’Eucaristia, per il dono del suo vino, e preghiamo perché la nostra vita porti frutto, perché produca il vero vino, quello buono, il vino dell’amore, della gioia di Dio attraverso l’abbraccio gioioso e perseverante della proposta di vita che Gesù ci fa quando lo ascoltiamo e che è la nostra vocazione. Amen.

+ Mauro Parmeggiani
Vescovo di Tivoli e di Palestrina