Omelia all’Azione Liturgica del Venerdì Santo e Parole al termine della processione del Cristo morto 2026

Tivoli, Cattedrale di San Lorenzo Martire, Venerdì 3 aprile 2026

Cari fratelli e sorelle,

in questo giorno santo con tutta la Chiesa ci fermiamo ad adorare Cristo sulla croce che muore per noi.

Prima dell’Ultima Cena, secondo la versione dell’evangelista Luca, aveva detto ai suoi discepoli: “Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi”. Egli sapeva bene ciò che stava facendo. Sì stava istituendo l’Eucaristia ma l’Eucaristia era profezia di quanto si sarebbe realizzato il giorno dopo, nel primo Venerdì Santo della storia, sulla croce dove Lui, il Maestro e Signore, ha compiuto il desiderio suo e del Padre: amare fino alla fine, donando la sua vita all’umanità. Sì, alla nostra povera umanità stanca, fragile, ferita dal peccato e dalla morte.

Ci fermiamo dunque stasera in adorazione di questo mistero di amore grande. Il mistero della Croce che non è il fallimento di Gesù ma, in modo paradossale, possiamo affermare che sia il trionfo di Gesù.

Certamente noi viviamo in un tempo nel quale fatichiamo a comprendere l’intelligenza della croce. Nell’epoca dell’intelligenza artificiale non comprendiamo l’intelligenza della Croce che non calcola, ma ama; che non ottimizza, ma si dona. Una intelligenza – quella della croce – che è relazionale e non artificiale, perché la croce è un mistero totalmente aperto a Dio e ai fratelli.

Davanti alla croce non c’è algoritmo, non c’è intelligenza artificiale che possa sostituirsi alla nostra intelligenza, alla nostra libera volontà di rispondere al grande amore che Cristo dimostra per noi donando la sua vita. Sì, davanti alla croce siamo liberi, non condizionati dall’amore che ci viene proposto. Esso sicuramente è tanto, sì. Sulla croce Cristo è diventato il Salvatore del mondo. Noi guardando alla croce  comprendiamo come il Padre non abbia risparmiato a Cristo la sofferenza ma ha sostenuto il suo cuore, rendendolo capace di consegnarsi alle esigenze dell’amore più grande, quello che non arretra neppure davanti ai nemici. E ancora guardando alla croce comprendiamo come Cristo non abbia subito gli eventi ma li ha accolti con grande libertà, li ha vissuti con la consapevolezza di quel “sono io” pronunciato davanti a coloro che vennero ad arrestarlo e che dimostra come egli fosse padrone di quanto accadeva e così ha trasformato tutto ciò che ha patito in un cammino di salvezza che resta aperto, è proposto liberamente a tutti noi purché siamo disposti a fidarci totalmente del Padre anche nei passaggi più difficili e oscuri della nostra vita.

Sì, se Gesù compiendo la sua Ora, donandosi a noi, desidera realizzare il progetto di amore per cui il Padre lo ha inviato nel mondo e si abbandona alla volontà del Padre liberamente donando la sua vita al Padre – una vita che nessuno gli toglie ma che offre da se stesso –  insegna così anche a noi ad offrire la nostra vita a Dio nella piena libertà, prendendo la nostra vita tra le mani e offrendola a Lui e ai fratelli come atto di amore, di risposta al desiderio di dare amore da parte di Gesù a noi affinché noi amiamo Lui e con lui i fratelli e le sorelle in umanità.

Nei momenti in cui la nostra vita subisce qualche battuta d’arresto, si trova davanti a un imprevisto doloroso, una grave malattia, un lutto, una crisi nelle relazioni, guardando a Gesù anche noi dobbiamo imparare dalla sua santa croce ad abbandonarci a Dio con la stessa fiducia di Gesù accogliendo ciò che ci turba e sembra minaccioso. E questo è possibile facendo come Gesù, facendo un passo avanti, presentandoci per primi di fronte alla realtà. Probabilmente questo non cambierà il corso degli eventi. Gesù, infatti, dopo che vennero a cercarlo per catturarlo e si fece avanti dicendo “Sono io colui che cercate” fu ugualmente catturato e condotto alla croce ma se viviamo tutto ciò come lo ha vissuto Gesù: con fede e fiducia in Dio, da protagonisti – oserei dire – allora rimarremo interiormente liberi e saldi. Il peso della vita si farà più leggero e la sofferenza pur rimanendo tale smetterà di essere inutile e genererà vita.

Guardando alla croce contempliamo ancora Gesù che prima di morire si fa bisognoso nei confronti dei suoi uccisori. Chiede loro da bere: “Ho sete”. Il corpo di Cristo spogliato, crocifisso, manifesta il suo bisogno di essere amato, accolto, ascoltato. E così si incontrano la sete dell’uomo e l’amore di Dio. Anche per noi, vedete, quando ci accorgiamo che non bastiamo a noi stessi, quando il dolore, la stanchezza, la solitudine o la paura ci mettono a nudo e siamo tentati di chiuderci, di fingerci autosufficienti, guardiamo a Gesù e da Lui impariamo che proprio in quelle situazioni si apre uno spazio per l’amore più vero: quello che non si vergogna che siano altri ad offrircelo. Per fare questo, per dire anche noi “Ho sete” occorre abbandonare ogni orgoglio e ogni illusione di poterci salvare da soli. Cari amici la croce ci insegna anche questo che da soli non possiamo salvarci, che da soli non possiamo vivere.

Non dobbiamo dunque avere paura del limite. Non sono le grandi imprese né l’autonomia a renderci grandi e a dare senso alla vita, ma la capacità di trasformare il limite in occasione di dono.

Gesù confessa il compimento della sua e della nostra umanità nel momento in cui, spogliato di tutto, sceglie di donarci interamente la sua vita e il suo Spirito. Egli sulla croce dice: “Tutto è compiuto” che non è un arrendersi passivamente ma un atto di suprema libertà, che accetta la debolezza come luogo in cui l’amore diventa pieno. In questo gesto Gesù ci rivela che non è la forza a salvare il mondo, ma la debolezza di un amore che non trattiene nulla per sé. Cari fratelli e sorelle, noi viviamo in un tempo segnato dal mito della prestazione e sedotto dall’idolo dell’individualismo. Un tempo che fatica a riconoscere i momenti di sconfitta o di passività come possibili luoghi di compimento. Quando la croce ci toglie il fiato e ci immobilizza, tendiamo a sentirci sbagliati, inadeguati, fuori posto. Allora resistiamo, stringiamo i denti con la speranza di uscire in fretta da una condizione che avvertiamo solo come una prigione. Gesù invece ci mostra con quel “Tutto è compiuto” quanta vita possa sgorgare da quei momenti in cui, non restando più nulla da fare, in realtà resta la cosa più bella da compiere: donare finalmente noi stessi.

Quando il male ci raggiunge, le sofferenze ci visitano, quando ci sentiamo abbandonati, ripetere le parole di Gesù sembra impossibile. Ma guardando a Gesù oggi desideriamo scegliere la via della croce come unica direzione possibile della nostra vita. Sappiamo bene che le nostre forze non saranno sufficienti a compiere questo cammino ma lo Spirito Santo verrà in aiuto alla nostra debolezza per ricordarci la cosa più importante: così come siamo stati amati, saremo anche capaci di amare gli amici e persino i nemici. Se Cristo ha desiderato fare Pasqua con noi, donarci il suo amore sulla croce, anche noi, se accoglieremo questo amore e manterremo fisso lo sguardo su questo atto supremo di amore saremo capaci in ogni situazione di amare amici e nemici. In questo modo saremo testimoni dell’unica verità che salva il mondo: Dio è nostro Padre e noi siamo tutti fratelli e sorelle, in Cristo Gesù nostro Signore. Amen.

+ Mauro Parmeggiani
Vescovo di Tivoli e di Palestrina


PAROLE AL TERMINE DELLA PROCESSIONE DEL CRISTO MORTO

Tivoli, Chiesa di Sant’Andrea, Venerdì 3 aprile 2026

Signor Sindaco, illustri autorità, cari Confratelli, fratelli e sorelle tutti nel Signore!

Siamo giunti al termine della processione del Cristo Morto, l’immagine di Colui che è stato trafitto per i nostri peccati sul legno della croce, è passata tra noi e noi, con tutta la Chiesa, oggi abbiamo guardato alla croce e anche stasera continuiamo insieme a guardare a questo grande mistero di amore donato per tutti – giusti ed ingiusti – affinché, desiderosi di infinito, di libertà, di gioia, possiamo guardare a quel mistero, viverlo in noi per poterci sentire amati ed amare come Cristo i fratelli e le sorelle in umanità.

In questo anno – 800° anniversario della morte di San Francesco – vorrei nelle parole di stasera riferirmi a lui che ha sempre avuto come punto di riferimento Cristo povero e crocifisso. Basti pensare al saio francescano, un rude sacco fatto a forma di croce come a dire che la croce è l’abito del cristiano, che il mistero della croce, come è stato per Francesco deve essere sempre nella nostra mente e nel nostro cuore, deve rivestirci di lui.

Quando i frati chiesero a Francesco che insegnasse loro a pregare, il Santo di Assisi disse: “Quando pregate dite Padre Nostro” e “Ti adoriamo, o Cristo, in tutte le tue chiese che sono nel mondo, e ti benediciamo perché, per mezzo della tua santa croce, hai redento il mondo”. La croce è stata sempre fortemente presente in Francesco e nella vita francescana perché il Santo, così immedesimato in Cristo da essere definito “un altro Gesù”, ricevette anche il dono delle sacre stimmate e di molte manifestazioni della croce che lo chiamavano alla più alta forma di cristificazione. Sognò, dopo la sua infermità, un palazzo sontuoso pieno di armi e scudi segnati dalla croce, poi sentì la voce del crocifisso di San Damiano che per tre volte gli disse: “Francesco, và e ripara la mia casa, che come vedi, è tutta il rovina”. E poi, due anni prima di morire, mentre Francesco pregava sul monte de La Verna, vide un serafino con sei ali infuocate e luminose e tra queste ali apparve un uomo crocifisso il quale aveva le mani e i piedi stesi in forma di croce e confitti alla croce. Finita la visione, Francesco notò le sue mani e i suoi piedi confitti dagli stessi chiodi che aveva il serafino: era divenuto perfettamente conforme alla croce di Cristo!

Cari amici, pensando a Francesco, chiediamo allora che anche per noi la croce diventi il modello a cui continuamente guardare per conformarci ad essa. Guardando il Cristo morto deposto dalla croce chiediamo al Signore di accogliere il suo amore con tutte le conseguenze anche di dolore che l’amore comporta e senza timore conformiamo la nostra vita a Cristo e sostenuti dalla grazia che sostenne Francesco accettiamo ogni forma di pena, di sofferenza, di croce per il nostro bene ma anche per il bene dei fratelli.

Francesco spesso ripeteva “Tanto è il bene che mi spetto che ogni pena mi è diletto”. È così anche per noi?

Spesso vorremmo fuggire davanti alla croce, le pene non sono proprio un diletto perché non le interpretiamo con l’intelligenza della croce che è mistero di amore, che è amore donato e che come ogni dono prezioso costa, e che chiede anche a noi di amare, perdonare, di stare fermi sulla croce con Gesù e ripetere a chi ci fa del male: “Padre perdonali perché non sanno quello che fanno”.

Chiediamo stasera che l’amore di Cristo che ha dato la vita per noi non sia stato dato invano ma che ciascuno di noi sappia raccogliere questo amore, lo sappia vivere anche se comporta sofferenza, lo faccia diventare il suo abito come Francesco vestì il saio a forma di croce.

Noi non saremo segnati dalle stimmate ma segnati dalla croce di Cristo fin dal giorno del Battesimo, diffondiamo amore nei luoghi della vita che abitiamo.

Stasera non possiamo non pensare ai luoghi dove c’è tanta guerra a partire dalla Terra Santa per estendersi al Medio Oriente, all’Ucraina, a tanti paesi dell’Africa ma non possiamo nemmeno non pensare ai tanti luoghi più vicini dove la pace non c’è: le nostre case, le nostre amicizie, le nostre relazioni … quanta mancanza di amore che spesso rileviamo! Che tornando a casa a tutti nasca il desiderio che fu di Francesco ma anche di tanti altri santi e sante, uomini e donne, conosciuti o sconosciuti, di aderire alla croce, al suo mistero di amore per diffonderlo ovunque traducendo con la vita quelle belle parole che costituiscono il saluto francescano e che anche stasera ripetiamo desiderando farle diventare il nostro augurio pasquale: “Pace e bene, pace e bene a tutti!”. Amen.

+ Mauro Parmeggiani
Vescovo di Tivoli e di Palestrina