Tivoli, Basilica Cattedrale di San Lorenzo Martire, Lunedì 10 agosto 2026
Signor Sindaco, illustri autorità, presbiteri, diaconi, cari fratelli e sorelle nel Signore!
La festa del Patrono, nel nostro caso il diacono e martire San Lorenzo, morto martire 1768 anni fa durante la persecuzione dell’Imperatore Valeriano contro i Vescovi, i preti e i diaconi, è sempre molto più di una ricorrenza. È il giorno nel quale una Chiesa particolare guarda alla propria origine spirituale e si domanda quale volto il Signore desideri per essa oggi.
San Lorenzo non appartiene soltanto alla storia della Chiesa romana; appartiene anche al presente della nostra Chiesa tiburtina, perché ogni santo continua a parlare attraverso quella straordinaria forza che è la testimonianza. I santi non sono semplicemente uomini del passato: sono il Vangelo che continua a farsi carne.
Ricordiamo brevemente la testimonianza di Lorenzo: diacono del Vescovo di Roma, il Papa Sisto II che fu martirizzato il 6 agosto 258, Lorenzo fu martirizzato quattro giorni dopo sulla Via Tiburtina a Roma. Secondo una antica tradizione, le autorità romane intimarono a Lorenzo di consegnare i beni della Chiesa che lui amministrava. Lorenzo distribuì ai poveri ciò che la Chiesa possedeva e, quando fu convocato dal prefetto, presentò una folla di indigenti, malati e vedove dicendo: «Ecco i tesori della Chiesa!». Gesto che è diventato il simbolo del servizio cristiano verso i poveri e che anche noi, eredi di Lorenzo, dobbiamo sicuramente riscoprire e vivere.
Le letture che abbiamo ascoltato sembrano delineare il ritratto di Lorenzo che da stasera ci ripromettiamo, se non lo avessimo ancora fatto, di prenderlo a modello per il nostro agire cristiano sia in quanto singoli fedeli che come comunità cristiana ed oserei aggiungere anche civile, sì come cittadini appartenenti a un popolo di profonde radici cristiane.
Nella prima lettura Giobbe, quasi facendo l’esame della propria vita, dice: «Liberavo il povero che chiedeva aiuto … ero gli occhi per il cieco, i piedi per lo zoppo, padre dei poveri». Non è l’elogio di un benefattore, ma il volto dell’uomo giusto secondo Dio. La giustizia biblica non consiste anzitutto nel dare a ciascuno il suo, ma nel farsi carico dell’altro, soprattutto di chi non ha voce.
È impressionante come questa pagina sembri anticipare il ministero diaconale. La tradizione ci presenta Lorenzo come l’amministratore dei beni della Chiesa romana, ma egli aveva compreso che amministrare i beni della Chiesa significa, prima di tutto, custodire le persone. Per lui i poveri non erano destinatari della carità: erano il volto stesso di Cristo.
Quando l’autorità imperiale pretese i tesori della Chiesa, come ho appena ricordato, Lorenzo presentò i poveri dicendo: «Ecco i nostri tesori». Non fu una battuta arguta. Fu una professione di fede. Egli aveva preso sul serio il Vangelo.
Papa Leone XIV sta richiamando tutta la Chiesa a riscoprire proprio questa verità: la credibilità dell’annuncio cristiano non nasce anzitutto dalla forza delle istituzioni, ma dalla trasparenza della carità. Una Chiesa che dimentica i poveri smarrisce qualcosa della propria identità; una Chiesa che serve rende visibile il volto di Cristo e diventa realmente segno di speranza per il mondo.
Ma permettetemi: anche la nostra città, le sue istituzioni civili, tutti coloro che a vario titolo la governano ed amministrano sono chiamate da Lorenzo a prendersi carico del povero, del malato, dell’anziano, di chi è solo e delle tante altre povertà che affliggono l’uomo di oggi (pensiamo solo come esempio alla precarietà dei legami famigliari, alla grande emergenza educativa che tocca le nuove generazioni) … Ed insieme, secondo le proprie competenze e responsabilità, Chiesa, istituzioni civili e militari, scuola, famiglia, dobbiamo impegnarci a prendere in custodia l’uomo.
A prendere in custodia la vita – dal suo concepimento alla morte naturale –, a prendere in custodia la famiglia – prima cellula della società e della Chiesa –, a prendere in custodia gli anziani, i soli, gli ammalati ed in particolare i giovani attraverso un’opera di educazione ai valori cristiani dell’amore al prossimo e dell’impegno perseverante nel fare il bene.
Anche la seconda lettura ci conduce nella stessa direzione.
San Paolo afferma che «Dio ama chi dona con gioia».
Queste parole non parlano semplicemente dell’elemosina. Parlano della logica stessa di Dio.
Dio è Colui che continuamente si dona.
Per questo il cristiano non accumula, ma condivide; non trattiene, ma offre; non vive nella paura di perdere, ma nella libertà di chi sa che ogni dono ritorna trasformato dalla grazia.
Cari amici, per prenderci cura dell’altro, occorre essere generosi. La generosità cristiana non è filantropia. È partecipazione alla vita stessa di Dio.
È significativo che Paolo concluda dicendo che Dio «moltiplicherà il seme della vostra giustizia». È il linguaggio della fecondità. Nulla di ciò che viene donato per amore va perduto.
Impegniamoci dunque, insieme, a essere più generosi nell’amare. Non accorciamo il braccio della misericordia ma allunghiamolo sempre più per venire in soccorso a quanti sono in ogni tipo di bisogno!
E giungiamo così al cuore del Vangelo.
«Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto.»
Gesù non esalta il dolore. Gesù annuncia una legge della vita.
La vita diventa feconda soltanto quando viene donata.
Questa è la legge della croce.
Questa è anche la legge del martirio.
E deve divenire anche la nostra legge: divenire fecondi, permettere che la nostra vita diventi feconda perché donata non per calcoli umani, politici, strategici ma perché la vita acquista valore tanto più quanto più si dona.
Lorenzo non cercò la morte. Cercò Cristo. E proprio perché cercò Cristo, non trattenne nulla per sé.
Sant’Agostino, parlando di Lorenzo, osserva che sulla graticola fu il fuoco dell’amore a renderlo più forte del fuoco del supplizio. Il martire vince perché prima è stato conquistato dall’amore di Cristo. Nessuno arriva a dare la vita in un momento, se prima non ha imparato a donarla ogni giorno nelle piccole fedeltà.
Ed è proprio qui che il martirio di Lorenzo interpella anche noi. Tutti! In qualsiasi situazione siamo e viviamo.
Forse a noi non sarà chiesto il martirio del sangue.
Ma ogni giorno ci è chiesto il martirio dell’egoismo. Che muoia il nostro egoismo quando amministriamo la cosa pubblica, quando educhiamo, quando esercitiamo i nostri servizi di genitori, di sposi, di sacerdoti, diaconi …
Ogni giorno, cari amici, ci è chiesto di morire al nostro orgoglio, alle nostre chiusure, alle nostre indifferenze.
Ogni giorno siamo chiamati a diventare quel chicco di grano che, morendo a se stesso, rende possibile la vita degli altri.
Papa Leone XIV insiste spesso sul fatto che il nostro tempo non ha bisogno anzitutto di cristiani che occupino spazi, ma di discepoli che generino speranza. E la speranza nasce sempre da qualcuno che accetta di consumare la propria vita perché altri possano vivere.
In questo anno pastorale ho invitato ogni cristiano della nostra Chiesa di Tivoli e di Palestrina a riscoprire i doni ricevuti dallo Spirito Santo attraverso i sacramenti dell’Iniziazione Cristiana, doni che non sono soltanto per noi ma da mettere a servizio del prossimo.
Che meraviglia sarebbe – lasciatemi per un attimo sognare – se tutti noi accettassimo di consumare la nostra vita, i doni dello Spirito ricevuti, affinché altri possano trovare la vita e trovarla in abbondanza!
Questa, in realtà, è la missione della Chiesa.
Questa è anche la vocazione della nostra Chiesa di Tivoli.
Guardando alla nostra città, alle sue bellezze e alle sue fatiche, alle famiglie provate, ai giovani in ricerca, agli anziani spesso soli, alle nuove povertà materiali e spirituali, comprendiamo che la testimonianza di san Lorenzo non appartiene al passato.
Essa diventa un programma pastorale.
Essere una Chiesa nella quale ogni persona possa sentirsi accolta.
Una Chiesa nella quale nessuno sia invisibile.
Una Chiesa nella quale l’Eucaristia celebrata diventi fraternità vissuta.
Una Chiesa nella quale la carità non sia un settore della pastorale, ma il respiro di tutta la comunità.
E tutto questo affinché tutta la Città e diocesi si senta impegnata in prima persona anche attraverso azioni politiche mirate a far sì che ogni persona si senta accolta, nessuno sia invisibile, la fraternità cresca e la carità diventi respiro di questa comunità cristiana e civile!
Tocca dunque a noi, sì, a ciascuno di noi vivere l’eredità che ci ha lasciato Lorenzo: consumare noi stessi perché altri si ritrovino e vivano in pienezza!
Infine, il Signore conclude il Vangelo con una promessa meravigliosa:
«Dove sono io, là sarà anche il mio servo.»
È questa la ricompensa del discepolo.
Non il successo.
Non il consenso.
Non il potere.
Ma la comunione con Cristo.
San Lorenzo ha perduto tutto agli occhi del mondo, ma ha trovato Colui che vale più della vita stessa.
Fratelli e sorelle, chiediamo oggi la grazia che anche la nostra Chiesa sappia essere riconosciuta non anzitutto per ciò che possiede, ma per ciò che dona; non per il prestigio delle sue opere, ma per la santità della sua testimonianza. E chiediamolo anche per chi ci governa ed amministra.
Allora davvero il nostro Patrono continuerà a camminare con noi, e la nostra città potrà riconoscere nella Chiesa non un’istituzione fra le altre, ma una casa aperta, una famiglia che accoglie, una lampada di speranza, un segno vivo della presenza di Cristo nella storia e, senza pretesa di alcun collateralismo politico ormai superato, potrà anche la nostra Città lasciarsi guidare verso una attenzione sempre più grande verso il prossimo.
San Lorenzo, diacono e martire, patrono della nostra Chiesa e della nostra Città, interceda per noi. Amen.
+ Mauro Parmeggiani
Vescovo di Tivoli e di Palestrina











