Tivoli, Parrocchia Santa Maria Maggiore, Sabato 15 agosto 2026
Signor Sindaco, illustri autorità, carissimi fratelli e sorelle,
la liturgia di oggi ci invita a contemplare uno dei misteri più luminosi della nostra fede.
Celebriamo Maria Assunta in cielo in anima e corpo.
Non è semplicemente una festa mariana: è una festa cristologica, pasquale ed ecclesiale. Tutto nasce dalla Pasqua di Cristo e tutto converge verso la speranza della Chiesa.
L’Assunzione non è anzitutto il premio ad una creatura eccezionale, ma il frutto più bello della redenzione operata da Cristo. In Maria vediamo ciò che la grazia di Dio può realizzare quando trova un cuore completamente disponibile.
San Paolo, nella seconda lettura, ci offre la chiave di tutto: «Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti» (1Cor 15,20). La parola “primizia” indica che dopo il primo raccolto ne seguirà un altro. Cristo è il primo risorto nella gloria; Maria è la prima creatura pienamente associata a questa vittoria; noi siamo chiamati a seguirli.
Per questo l’Assunzione non ci allontana dalla terra, ma illumina il nostro cammino sulla terra.
L’Apocalisse ci presenta la donna vestita di sole, con la luna sotto i piedi e una corona di dodici stelle. È un’immagine ricchissima. Essa rappresenta certamente Israele, la Chiesa, ma la tradizione vi ha riconosciuto anche Maria, la Madre del Messia.
È significativo che questa donna sia contemporaneamente gloriosa e perseguitata. La gloria non elimina la lotta. Anche Maria ha conosciuto il dolore: la fuga in Egitto, lo smarrimento di Gesù, soprattutto la croce. La sua gloria passa attraverso la partecipazione alla Passione del Figlio.
Questo è un messaggio importante anche per noi. La santità non consiste nell’essere risparmiati dalla sofferenza, ma nel vivere ogni prova nella comunione con Cristo.
Il Vangelo della Visitazione sembra, a prima vista, sorprendente per la festa di oggi. Ci aspetteremmo un racconto della gloria celeste, e invece troviamo Maria che percorre in fretta le montagne della Giudea per servire Elisabetta.
Ed è proprio qui il cuore del mistero.
Prima di essere elevata al cielo, Maria si è abbassata nel servizio.
Sant’Ambrogio osserva che «la grazia dello Spirito Santo non conosce lentezze». Maria si mette subito in cammino, perché chi porta Cristo nel cuore non può rimanere fermo. La contemplazione autentica genera sempre la carità.
Anche san Beda il Venerabile commenta che Maria non va da Elisabetta per ricevere onori, ma per offrire aiuto. È la prima missionaria della storia della Chiesa: porta Cristo senza pronunciare ancora una parola, e la sua sola presenza riempie Elisabetta e Giovanni Battista di Spirito Santo.
Il culmine del Vangelo è il Magnificat.
Maria canta un Dio che rovescia i potenti dai troni, innalza gli umili, ricolma di beni gli affamati.
Il Magnificat non è un canto rivoluzionario nel senso politico del termine; è il canto della fedeltà di Dio alle sue promesse. Maria riconosce che tutta la sua grandezza deriva dall’iniziativa divina: «Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente».
Sant’Agostino scrive una frase meravigliosa: «Maria concepì Cristo prima nel cuore mediante la fede che nel grembo mediante la carne.» È la fede il vero grembo che rende possibile l’opera di Dio.
Per questo Elisabetta esclama: «Beata colei che ha creduto».
La beatitudine di Maria nasce dalla fede, e la sua gloria nasce dalla sua piena comunione con Cristo.
La fede della Chiesa ha custodito per secoli questa convinzione fino alla solenne definizione di Papa Pio XII.
Nella Costituzione Apostolica Munificentissimus Deus (1950) leggiamo:
«L’Immacolata Madre di Dio, sempre Vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo.»
Pio XII non presenta questo dogma come un privilegio isolato, ma come il compimento della singolare partecipazione di Maria all’opera redentrice del Figlio. Colei che è stata intimamente unita a Gesù nella concezione, nella vita nascosta, nella missione pubblica e soprattutto sotto la croce, partecipa anche pienamente alla sua vittoria sulla morte.
Il Concilio Vaticano II riprende questa prospettiva con straordinario equilibrio.
La Lumen Gentium, al n. 59, afferma:
«L’Immacolata Vergine, preservata immune da ogni macchia di colpa originale, finito il corso della sua vita terrena, fu assunta alla celeste gloria in anima e corpo ed esaltata dal Signore quale Regina dell’universo, perché fosse più pienamente conformata al Figlio suo.»
Ma il testo forse più bello è quello del n. 68:
«La Madre di Gesù, come in cielo è glorificata ormai nel corpo e nell’anima, è l’immagine e l’inizio della Chiesa che avrà il suo compimento nel secolo futuro; così sulla terra brilla quale segno di sicura speranza e di consolazione per il Popolo di Dio pellegrinante.»
Queste parole sono decisive.
Maria non è soltanto oggetto della nostra devozione.
È l’immagine della nostra vocazione.
Guardando lei comprendiamo chi siamo e dove siamo diretti.
La Chiesa non cammina verso il nulla. Noi, ciascuno di noi e noi tutti insieme non camminiamo verso il nulla!
La Chiesa – comunità dei battezzati – cammina verso la comunione piena con Dio.
Anche Papa Leone XIV ha ripreso questa prospettiva, ricordando che Maria è una vera icona della speranza per il nostro tempo. In un mondo segnato da guerre, violenze, solitudini e paura del futuro, la Vergine Assunta ci ricorda che il male non ha l’ultima parola e che la storia è nelle mani di Dio. La speranza cristiana non è evasione dalla realtà, ma certezza fondata sulla Pasqua di Cristo.
Il Papa ha inoltre richiamato la celebre espressione di Dante che definisce Maria «fontana viva di speranza vivace». È un’immagine bellissima: una sorgente non trattiene l’acqua per sé, ma la dona continuamente. Così Maria continua a generare speranza nel cuore della Chiesa.
I Padri della Chiesa avevano intuito tutto questo con straordinaria profondità.
San Germano di Costantinopoli afferma:
«Tu, o Madre di Dio, sei passata alla vita senza conoscere la corruzione del sepolcro, perché colui che abitò nel tuo grembo verginale ti ha trasferita presso di sé.»
San Giovanni Damasceno, nelle sue celebri omelie sulla Dormizione, esclama:
«Era necessario che colei che aveva portato nel grembo il Creatore fatto bambino abitasse nelle dimore divine.»
Cari amici, questo non è un ragionamento sentimentale.
È la logica dell’amore.
Colui che ha onorato sua Madre durante la vita terrena la introduce pienamente nella gloria del Regno.
Questa festa ci pone poi anche una domanda personale.
Noi verso quale cielo stiamo camminando?
Viviamo come persone che attendono la risurrezione oppure come se tutto finisse con questa vita?
L’Assunzione ci ricorda il valore del corpo umano, tanto spesso umiliato, mercificato o disprezzato. Il nostro corpo è destinato alla gloria. Ogni persona possiede una dignità eterna.
Ci ricorda anche il valore delle piccole opere quotidiane. Maria non ha compiuto imprese clamorose. Ha vissuto una vita nascosta, fatta di preghiera, lavoro, servizio, silenzio, fedeltà. E proprio questa fedeltà ordinaria è stata trasfigurata da Dio.
Forse questa è la lezione più importante per noi.
Il cielo comincia già sulla terra ogni volta che lasciamo spazio a Dio.
Ogni atto di amore sincero.
Ogni perdono.
Ogni gesto di servizio.
Ogni Eucaristia vissuta con fede.
Ogni Rosario pregato con il cuore.
Ogni sofferenza offerta con Cristo.
Nulla va perduto.
Tutto viene assunto da Dio, come è stata assunta Maria.
Fratelli e sorelle, oggi alziamo lo sguardo verso il cielo non per dimenticare la terra, ma per imparare ad abitarla con speranza.
Maria ci precede.
Ci attende.
Ci accompagna.
E ci ripete, con la sua vita prima ancora che con le sue parole, che Dio mantiene sempre le sue promesse.
A Lei affidiamo le nostre famiglie, gli anziani, gli ammalati, i giovani in ricerca, coloro che sono scoraggiati, le vittime della guerra e tutti i nostri defunti.
La Madre Assunta in cielo ci ottenga di vivere con il cuore rivolto a Cristo, perché un giorno possiamo condividere la stessa gloria che oggi contempliamo in Lei.
Amen.
+ Mauro Parmeggiani
Vescovo di Tivoli e di Palestrina











