Omelia nella Solennità di sant’Agapito martire, 2026

Palestrina, Piazza Regina Margherita, Lunedì 17 agosto 2026

Signor Sindaco, illustri autorità civili e militari, sacerdoti, diaconi, carissimi fratelli e sorelle!

Oggi e domani la nostra Chiesa di Palestrina vive uno dei momenti più belli del suo anno liturgico.

Attorno all’altare del Signore celebriamo il nostro patrono, Sant’Agapito, giovane martire che, con il dono della sua vita, ha scritto una delle pagine più luminose della storia della nostra Chiesa.

Ogni patrono è un dono di Dio. Non appartiene soltanto al passato; è un compagno di viaggio, un fratello maggiore nella fede, un testimone che continua a indicare Cristo come unico Salvatore.

La liturgia ci offre tre testi che sembrano scritti pensando proprio alla vicenda di Agapito.

La prima lettura, tratta dal Libro della Sapienza, ci consegna una frase che da secoli accompagna la memoria dei martiri: «Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio e nessun tormento le toccherà.»

Agli occhi degli uomini il martire è uno sconfitto.
Agli occhi della fede è un vincitore.
Chi assiste al martirio vede violenza, sangue, dolore.
Dio vede un figlio che ritorna a casa.

Il testo della Sapienza continua dicendo che agli occhi degli stolti sembravano morti, ma essi sono nella pace.

Questa è la logica del Vangelo.
La morte non ha l’ultima parola!
Il male non è mai l’ultima parola!
La violenza non è l’ultima parola!
L’ultima parola appartiene sempre a Dio!

Sant’Agapito era un giovane. La tradizione ci racconta che affrontò il martirio con una forza che non veniva dalle sue capacità, ma dalla grazia dello Spirito Santo. Proprio la sua giovane età rende ancora più eloquente la sua testimonianza. Egli ci ricorda che la santità non dipende dagli anni vissuti, ma dall’intensità con cui si ama Cristo.

Nella seconda lettura san Paolo raggiunge uno dei vertici più alti della spiritualità cristiana.
«Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?»
Non è una domanda retorica.
È la certezza che ha sostenuto tutti i martiri.
Paolo non dice che il cristiano sarà risparmiato dalle prove.
Al contrario, enumera tribolazioni, persecuzioni, fame, nudità, pericolo e spada.
Tutto ciò appartiene anche alla storia di Sant’Agapito.
Eppure l’Apostolo conclude con parole straordinarie: «In tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati.»

Il martire, cari amici, non è un eroe che affronta la morte contando sulle proprie forze.
È un uomo o una donna che si lascia amare da Cristo fino alla fine.
Per questo nulla può separarlo dall’amore di Dio.
Né la prigione.
Né il tribunale.
Né la violenza.
Né la morte.

Ed eccoci al Vangelo.
Gesù non illude i suoi discepoli.
Non promette una vita facile.
Dice con estrema chiarezza: «Vi consegneranno ai tribunali … sarete odiati da tutti a causa del mio nome.»
Sono parole che Sant’Agapito ha vissuto letteralmente.
Ma Gesù aggiunge subito una promessa: «Non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi.»

Ecco il segreto del martirio.
Non è il coraggio umano.
È la forza dello Spirito Santo. Quella forza che ci è stata donata dal giorno del Battesimo e poi con i sacramenti dell’Iniziazione Cristiana per porci tutti a servizio di Dio e per testimoniarlo secondo i carismi di ciascuno.

La parola “martire”, infatti, significa anzitutto “testimone”.
Il martire non cerca la sofferenza.
Non ama il dolore.
Ama Cristo più della propria vita.
Ed è questa la misura della santità.
La testimonianza di Sant’Agapito, tuttavia, non riguarda soltanto chi è chiamato al martirio di sangue.
I Padri della Chiesa amavano parlare anche di un “martirio quotidiano”, vissuto nella fedeltà, nella perseveranza e nella carità.

Sant’Agostino afferma che non è il supplizio a fare il martire, ma la causa per cui si soffre: «Non è la pena, ma la causa che fa il martire» (Non poena, sed causa facit martyrem).
Queste parole sono di grande attualità.
Forse oggi, almeno nel nostro Paese, non ci viene chiesto di versare il sangue per Cristo.
Ma ci viene chiesto qualcosa di altrettanto impegnativo.
Restare fedeli al Vangelo.
Difendere la dignità della vita dal suo concepimento fino alla morte naturale.
Custodire la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna nella fedeltà, nella comunione di vita e aperta ad accogliere il dono della vita.
Educare i figli nella fede.
Perdonare quando sarebbe più facile vendicarsi.
Rimanere onesti quando la corruzione sembra conveniente.
Non vergognarsi di dirsi cristiani.
Anche questo è un martirio.
È il martirio della coerenza.
È il martirio della fedeltà quotidiana.

Sant’Agapito continua a rivolgere una domanda alla nostra Chiesa di Palestrina.
E noi, cristiani di oggi, noi che siamo qui in piazza per onorare Sant’Agapito, quale testimonianza offriamo oggi?
Le nostre comunità sono riconoscibili per l’amore reciproco?
Le nostre famiglie sono luoghi nei quali si trasmette la fede?
I giovani trovano nella Chiesa adulti credibili che li accompagnino?
La festa patronale sarebbe incompleta se si riducesse a una tradizione, per quanto bella e cara.
Il santo patrono non chiede soltanto di essere onorato.
Chiede di essere imitato.
Le processioni, le celebrazioni, la devozione popolare, i tornei tra i quartieri … sono autentiche quando conducono a una vita più evangelica.

Sant’Agapito ci invita a riscoprire il coraggio della fede.
Una fede gioiosa.
Una fede che non si vergogna del Vangelo.
Una fede capace di costruire comunione.
Una fede che sa diventare servizio verso i poveri, gli anziani, gli ammalati e quanti vivono situazioni di solitudine.

In un tempo segnato da tante paure e da profonde divisioni, il nostro patrono ci ricorda che il cristiano non vive ripiegato su se stesso.
Chi appartiene a Cristo diventa costruttore di speranza.

È significativo che il nome Agapito richiami la parola greca agápē, l’amore. Che sia o meno all’origine del suo nome, esso diventa per noi un programma spirituale: il martire ha vinto perché ha lasciato che l’amore di Cristo fosse più forte della paura.

Chiediamo allora a Sant’Agapito di custodire la nostra città, le nostre famiglie, i sacerdoti, i diaconi, i consacrati, i giovani, gli amministratori della cosa pubblica, gli anziani e i malati.

Interceda perché la Chiesa prenestina continui ad essere una comunità viva, missionaria, fedele al Vangelo e capace di testimoniare Cristo con umiltà e coraggio.

E quando anche noi sperimenteremo la fatica della testimonianza, ricordiamo le parole dell’Apostolo: «Né morte né vita, né presente né avvenire … né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore.»

Questa è stata la certezza di Sant’Agapito.
Questa sia anche la nostra speranza.
Amen.

+ Mauro Parmeggiani
Vescovo di Tivoli e di Palestrina