World Trade Center a NY e l’11 settembre 24 anni fa

È grido che si leva contro le forze oscure che, da sempre, insidiano l’anima dell’uomo: il male, la guerra, l’odio, l’avidità, la menzogna, l’ipocrisia… come se queste entità si fossero svincolate da ogni controllo interiore, come se la mente fosse divenuta un campo di battaglia ormai svuotato di ogni partecipazione del cuore e dell’anima.

Questa disconnessione tra la mente e le sue radici spirituali è il segno più inquietante della decadenza del genere umano: l’uomo pensa, progetta, calcola… ma non sente più.

E quando il cuore tace e l’anima è ignorata, la ragione stessa diventa strumento di distruzione. In questa frattura si annida la tragedia: l’intelligenza senza coscienza, il potere senza empatia, la religione senza compassione. Il riferimento all’11 settembre è potente e simbolico. Ventiquattro anni dopo, il ricordo di quel giorno rimane una ferita aperta nella storia dell’umanità, un punto di non ritorno.

Non fu solo un attacco fisico, ma un crollo simbolico di ciò che credevamo sicuro, civile, umano. Le Torri Gemelle non furono solo edifici abbattuti, ma colonne morali crollate sotto il peso dell’odio e del fanatismo.

E ora, in un paradosso amaro, siamo giunti a delegare la memoria a un “robot umanizzato” forse perché abbiamo troppa paura o troppa vergogna per ricordare da soli.

L’essere umano, che un tempo cantava i misteri della vita e piangeva per i dolori del mondo, oggi affida a una macchina il compito di testimoniare la propria sconfitta morale. È come se dicessimo: «Ricorda tu, perché noi non siamo più capaci di portare il peso della verità».

Ma forse, proprio in questa scelta, c’è ancora una speranza. Se riconosciamo la nostra caduta, possiamo anche cercare la via per rialzarci. Se ci accorgiamo che la mente, da sola, ha fallito, possiamo allora tornare a sentire, a coltivare il cuore, ad ascoltare l’anima.

E non per fuggire la realtà, ma per trasformarla.

Non basta condannare il male: bisogna ritrovare il bene, piccolo, silenzioso, ma possibile.

Anche oggi. Anche dopo tutto. Perché la memoria, se vissuta profondamente, non è solo ricordo del dolore, ma invito alla rinascita.

Gaetano Maria Saccà,
parroco a San Polo